27/11/1940-La battaglia di capo Teulada

Posted 25 Febbraio 2009 by dimammi
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               Non ho la pretesa storica di ricostruire la battaglia, ma semplicemente di mostrare delle fotografia dell’epoca, la maggior parte scattate dalla nave Trieste su cui era imbarcato mio padre. Pertanto solo pochi cenni sullo svolgimento dei fatti, sulla storia della nave e sulle sue caratteristiche di armamento.

              L’incrociatore  Trieste faceva parte della classe Trento della Regia Marina. 

 

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              Nell’agosto 1933 insieme agli incrociatori Trento e Bolzano formò la III Divisione Navale.

             Durante la seconda guerra mondiale prese parte a molte delle principali azioni navali, come la battaglia di Punta Stilo del (9 luglio 1940), primo scontro tra la Regia Marina e la Royal Navy, la battaglia di Capo Teulada (27 novembre 1940), successiva alla notte di Taranto dell’1112 novembre 1940 in cui la gemella Trento venne seriamente danneggiata e la battaglia di Capo Matapan (2728 marzo 1941). 

Cenni sulla battaglia di Capo Teulada.

Le navi da guerra britanniche avevano cinque cannoni da 381mm in più degli italiani che, d’altra parte, potevano contare sui 320mm della Cesare. Agli incrociatori italiani, la maggior parte di essi erano considerati pesanti, gli inglesi contrapponevano principalmente incrociatori leggeri (uno era pesante), ma potevano contare sugli aerei dell’Ark Royal.(portaerei) 

         L’unico fattore che avrebbe potuto rompere l’equilibrio  tra le due flotte sarebbe stata la Regia Aeronautica, ma essa non partecipò.

    Gli italiani avevano un vantaggio balistico; i loro cannoni potevano essere usati ad una distanza di 30,000 metri mentre i britannici erano limitati a 24-26,000 metri. Il peso dei proietti italiani da 381mmm era 880 Kg simile agli 800 Kg usati dagli inglesi.

     Va notato che, come più tardi descritto dall’Ammiraglio Iachino,  gli incrociatori britannici non concentrarono il fuoco su un solo obiettivo (azione combinata). A detta di Sommerville, questo problema fu causato dalla mancanza di addestramento tra le varie unità.  

     Gli inglesi avevano l’incredibile vantaggio dell’Ark Royal. Conoscendo il risultato dello scontro vengono molti dubbi circa il vero valore di questo fattore che, al momento dell’azione, era comunque enorme

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 (La bandiera di combattimento viene portata in plancia) 

La scacchiera era pronta e Campioni prese una decisione critica; non impegnarsi. Prima di lasciare Napoli, l’ammiraglio aveva ricevuto ordini precisi: era autorizzato a dar battaglia solamente se le condizioni fossero state particolarmente favorevoli. Le corazzate assegnate al suo gruppo da battaglia erano le uniche disponibili per servizio; il rischio era troppo alto. Alle 12.07 Campioni ordinò agli incrociatori di cambiare rotta e convergere verso le corazzate. L’ordine era troppo tardivo per l’Amm. Iachino che stava già manovrando per impegnare il nemico. Durante questa fase, mentre il comandante britannico in mare era libero di organizzare le sue proprie forze, Campioni febbrilmente comunicava  via radio con Roma richiedendo istruzioni. La differenza organizzativa tra le due marine militari era più che evidente. 

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 Questo scambio di comunicazioni diventò terreno fertile per varie interpretazioni. Alcuni storici, fra loro il rispettassimo Amm. Fioravanzo, citarono le comunicazioni come prova dell’intenzione di Supermarina di impegnare il nemico Invece,  Francesco Mattesini scrive: mentre Roma pensò che Campioni stava tentando di evitare combattimento, Iachino già stava scambiando bordate

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 Alle 12.22, l’Amm. Matteucci a bordo dell’incrociatore Fiume aprì fuoco contro la flotta nemica. Subito dopo, tutti gli incrociatori della IIa  Squadra  aprirono il fuoco rapido usando proietti esplosivi. Secondo i resoconti italiani, il fuoco fu aperto  approssimativamente a 23.500 metri; poi la distanza tra le due formazioni diminuì a 22.000 e, più tardi, a 14.000. 

Il Pola ed il Fiume concentrarono il fuoco principalmente all’incrociatore pesante Berwick. Questi, il Manchester, lo Sheffield ed il Newcastle concentrarono il fuoco sugli incrociatori della III Divisione, mentre il Southampton concentrò sulla I divisione. Alle 12.24, la Renown entrò nel vivo della battaglia aprendo il fuoco contro il Trento ad una distanza di approssimativamente 23,800 metri; sei salve sommersero completamente l’incrociatore italiano che, illeso, fece fumo e comincio una manovra evasiva. Va notato che a causa di errori di comunicazione il Trento e non il capodivisione Trieste stava conducendo la formazione, la velocità era di 25 nodi e parte della scorta era in ritardo a causa di una avaria temporanea a bordo del cacciatorpediniere Lanciere. 

La Ramillies aprì fuoco alle 12.26, ma subito dopo era fuori portata. La Renown era l’unica corazzata rimasta  e concentrò il fuoco soprattutto sul Bolzano. Alle 12:30 Iachino ricevette ordini di non impegnare! L’ammiraglio ordinò l’aumento della velocità a 30 nodi mentre le corazzate italiane si avvicinavano sempre di più. Questi cinque minuti erano i più pericolosi per le forze italiane; le salve britanniche stavano diventando sempre più pericolosamente vicine e la manovra evasiva aveva lasciato gli incrociatori allo scoperto. Ancora una volta, la differenza tra le artiglierie italiane e britannica fu molto evidente: la telemetria italiana era superiore ma le salve disperse, mentre le salve britanniche erano raggruppate, ma spesso lunghe o corte.

Durante questa fase, il Lanciere fu colpito varie volte. La nave fu letteralmente devastata da molti colpi a segno, ma fu in grado di riaccendere una caldaia e continuare a muoversi; più tardi un’altra unità la portò a rimorchio fino alla base. Gli altri cacciatorpediniere lanciarono una cortina fumogena che costrinse la nave all’attacco (il Manchester), a cambiare obiettivo ripuntando i suoi cannoni sulle Zara.

 

La situazione era critica; Iachino stava impegnando il nemico, ma presto i cannoni della Renown avrebbero potuto rapidamente rompere l’equilibrio. Fortunatamente, intorno alle 13.00 la Vittorio Veneto era entrata nel raggio di portata. La corazzata sparò 19 colpi in sette salve. Appena gli incrociatori britannici (18 Div) comprese che i 381 mm della Veneto era entrati in azione, si allontanarono rapidamente cerando la protezione della Renown. A questo punto Sommerville e Campioni decisero entrambi di rompere il contatto, Campioni in virtù  della sua rotta divergente, mentre Sommerville cambiò rotta.  

In tutto,  la battaglia era durata 54 minuti; l’incrociatore della 2 Sq. avevano sparato 666 colpi, il Pola 118, il Gorizia 123, il Fiume 218, il Trieste 96, il Bolzano 26, il Trento 92. Per la maggior parte dello scontro le unità italiane erano state in minoranza tattica e numerica

Alle 12:22 l’incrociatore pesante Berwick fu colpito da un proietto da 203mm sparato dagli incrociatori italiani. La torretta Y (poppiera superiore) fu colpita, sette uomini uccisi e l’arma distrutta. Il comandante, C.V. Guy il Warren di L., continuò il combattimento indisturbato. Alle 12.35, il Berwick ricevette, un altro colpo, questa volta nel quadrato ufficiali, ma non ci furono vittime. I due colpi non diminuirono l’efficienza bellica e lo spirito combattivo del Berwick

Caratteristiche

Classe Trento cantiere Stabilimento Tecnico Triestino.

Varato 24/10/1926 entrato in servizio 03/04/29

Tipo incrociatore pesante  dislocamento 13.145 tons.

Lunghezza 196,6 mt.  Larghezza 20,6 mt.Potenza 150.000 CV velocità massima 35 nodi  (63 km/h)

Equipaggio 723 uomini  Artiglieria: cannoni  4 torri binate da 203/50,  8 torri binate da 100/47,  20 mitragliatrici,  8 tubo lancio siluri Corrazzatura da 50 a 100 mm. 1 catapulta e 3 idrovolanti

              L’incrociatore Trieste affondò dopo essere stato colpito nel corso di un bombardamento aereo americano sull’isola della Maddalena il 10 aprile 1943, insieme all’incrociatore Gorizia che, pur colpito, subì però solo gravi danneggiamenti.

 

Una vera Messa cattolica.

Posted 20 Luglio 2008 by dimammi
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             Ho già scritto altrove della  conferenza sul  “Motu proprio”  di Benedetto XVI, tenuta dal rev. Prof. Nicola Bux .

             In seguito sono stato contattato dal comitato pisano S. Pio V,  che mi chiedevano  se avessi gradito presenziare ad una Messa in latino secondo il rito tridentino.

            La cosa mi ha un po’ sorpreso e, molto probabilmente, non sarei andato, se non fosse che ne ho parlato con dei vicini.

           Una coppia piuttosto anziana, molto religiosa, che larvatamente ha espresso il desiderio di potervi  assistere, ma non guidando più, non avrebbero saputo come recarsi in quella chiesa, alquanto distante.

          In fondo, pensai, posso far loro un favore e così dissi che li avrei accompagnati volentieri.

          Era una chiesa  parrocchiale  di un piccolo comune in mezzo alla campagna, come ve ne sono tanti in toscana, non di eccelso valore artistico, ma ben tenuta e linda.

          Il parroco vedendo tre volti nuovi, è venuto a salutarci e si è  intrattenuto con noi per alcuni minuti, era evidente la sua contentezza e cordialità. Muniti di libretto in latino, con a fronte traduzione in italiano, ci siamo accinti ad ascoltare.

         Una Messa semplice senza orpelli, senza chitarre e canzoncine, è stato come un tuffo in un passato, ormai remoto, quando piccoletto ci andavo con la mamma. La mia sorpresa più grande è stata sentire, il mio vicino, un ragioniere di 87 anni, che sapeva tutta la Messa in latino a memoria. Eppure doveva essere  almeno 40 anni che non ne ascoltava una!

         Un omelia semplice e perfettamente aderente al passo del vangelo, nessun “stravagante” riferimento politico e allora mi sono detto: finalmente una vera messa cattolica.

        Si può credere o meno, ma, certamente, la messa in latino, al tempo stesso semplice e solenne,  ispira di più che  un’ omelia politicizzata e con musichette da cabaret.

La vecchietta e la tuta mimetica

Posted 10 Maggio 2008 by dimammi
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                Dopo una giornata passata a provare e riprovare assalti di squadra e di plotone, in vista di un’ esercitazione a fuoco, ero stanchissimo, sporco e sudato. Al rientro in caserma non ebbi voglia di cambiarmi e, presa la macchina, andai a casa in tuta mimetica e con l’elmetto, anch’esso mimetizzato. 

                Davanti alla porta del palazzo  mi frugavo nelle tasche in cerca della chiave, non trovandola, mi misi l’elmetto in testa e la cercai con entrambe le mani. Finalmente la trovo ed entro nell’androne,

                Era già abbastanza buio  e appena fatto un passo dopo la soglia sentii un urlo: “chi c’è lì” e poi “aiuto aiuto”.

               Era la signora che abitava al piano sopra il mio,  non mi aveva riconosciuto e per tranquillizzarla dissi: Signora sono io Marcello…. nel frattempo accesi la luce e mi tolsi l’elmetto. Ah! sei tu!! Ti pare questa la maniera di andare in giro a spaventare le povere vecchiette come me!! Feci uno sforzo per non ridere  e con la faccia più seria possibile, alzando la mano destra: “ Giuro che non lo faccio più!” e soggiunsi ma lei che ci faceva al buio? Caro ragazzo a questa età mi muovo lentamente e la luce delle scale, dopo un po’ si spenge.

                A quel tempo non feci caso a queste sue parole, ma oggi dopo quarant’anni, anch’io mi muovo più lentamente. 

Un episodio di ”naja”.

Posted 4 Maggio 2008 by dimammi
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                            Un episodio di ”naja”, prendetelo per quello che è: un semplice racconto e nulla più. Lo scrivo in prima persona, contravvenendo la buona norma di scrivere in terza persona, ma non voglio fare della    letteratura e, soprattutto, voglio mettere in evidenza il rapporto umano e di reciproca stima  che ci deve essere tra chi ha l’onore, ma anche l’onere, di comandare  e coloro che devono eseguire.

                    Sono passati moltissimi anni, dal giorno in cui, mi arrivò a casa, mentre ero in licenza ordinaria, la nomina a s.ten. Una cosa che  non scorderò mai furono le parole di mio padre.

                   Mio padre,ufficiale della marina militare, era una persona di poche parole e si limitò a dirmi: ti hanno dato un grado, ma ricordati che il vero  comando è avere la stima dei propri uomini. Sii giusto riprendi chi sbaglia e premia chi se lo merita, ma usa, sempre, lo stesso metro con tutti.

                   Ero stato assegnato al II° batt. dei Lupi di Toscana, piccola unità distaccata a Livorno, praticamente ci conoscevamo tutti, eravamo così pochi che le guardie ed i servizi ci impegnavano ripetutamente. Capitò una volta che dovetti fare l’ufficiale di picchetto due giorni a fila, potete immaginare il giramento di … al secondo giorno.

                   Era un giorno un po’ particolare, l’ultimo giorno di “naja” per molti ragazzi e c’era un’ po’ di” animazione” all’alza bandiera. A battaglione schierato qualche “furbetto”, al momento dell’attenti, si divertiva a sbattere il cucchiaio sul gavettino, oggi ci sorrido, ma a quel tempo non la presi molto bene.

                  Feci ripetere l’attenti e solita musica, alla terza volta, vidi gli sforzi sovrumani, per non ridere, dei ragazzi della mia compagnia, che, conoscendomi bene,  già immaginavano cosa sarebbe successo.

                  Bene,dissi. Vedo che alcuni di voi non hanno sufficiente appetito. Sergente! dal primo plotone avanti di corsa 5 giri di piazzale. Finiti i giri, battaglione schierato, aggiunsi : adesso vediamo se vi è venuta fame, altrimenti  possiamo proseguire con il passo del leopardo, tanto per completare l’addestramento.

                  Non era una minaccia da poco, chi ha fatto l’assaltatore sa benissimo, che fare il passo del leopardo in un campo è già una bella faticaccia, ma farlo sul cemento e sul ghiaino del piazzale non sarebbe stato assolutamente piacevole.

                 Preferirono andare a fare colazione …….

                

                 Penso che per  tutti i soldati, l’ultima sera prima del congedo, sia una momento di gioia e di commozione, specie quando si diffondono le note del  silenzio. 

                Andai nella compagnia dei congedandi, sciolsi il ghiaccio dicendo sono venuto a salutarvi, a farvi gli auguri e… a prendere la “stecca”. Risata generale ed in quel momento suonò il silenzio fuori ordinanza, che avevo fatto mettere, anche sapendo che non era cosa molto gradita al comando.

L’ultimo silenzio per i Lupi di Toscana

Posted 30 Marzo 2008 by dimammi
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                                                                                                                                                                                                                         Drgtlupi1opo Dopo 146 anni di storia il glorioso 78/mo reggimento  “Lupi di Toscana”verrà sciolto.
             Il 31/03/08   Verrà sancita la fine operativa del reggimento.
              Uno dei più gloriosi dell’Esercito italiano con la Bandiera decorata con l’ordine militare d’ Italia, una medaglia d’oro, due medaglie d’ argento al valor militare, una medaglia d’argento al valor civile, due attestati di pubblica benemerenza al valor civile e decine di medaglie al valore per imprese eroiche di singoli fanti.
bslupiNel novembre 1916 in località Veliki- Faiti il reggimento si copre di gloria e viene decorato con medaglia d’oro. Nella motivazione della medaglia si legge:” il nemico, sbigottito dall’eroismo dei fanti del 78° gridò “ Ma questi non sono uomini, sono lupi “. Da allora i soldati del 78° reggimento, ai miei tempi di stanza a Firenze e Livorno, portano sul petto a sinistra, un distintivo dorato con due teste di lupo.
  
  
  dist_lupiE’ il reggimento nel quale ho adempiuto all’obbligo militare, come sottotenente, al comando di un plotone di assaltatori.
In memoria di tutti i caduti verrà suonato per l’ultima volta il silenzio.

 

              Reggimento present’arm!!!

                                  “LUPI”                        

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Meglio una fine silenziosa che essere mandati da uno stato incapace, corrotto e antitaliano a fare i babysitters ai beduini islamici o peggio ancora a raccattare monnezza accatastata da politici essi stessi monnezza.

      

Una chiesa “no islam”

Posted 16 Marzo 2008 by dimammi
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               Ogni tanto, specie per le feste comandate, come si suol dire, mia moglie ha piacere che l’accompagni alla Messa. La domenica delle Palme è una di queste, l’olivo benedetto ed un clima festoso e primaverile, tutto sommato, si possono  anche accettare. Se Enrico IV disse:Paris vaut bien une messe,parafrasando, posso dire: un grand  amour vaut bien une messe.

                     Pongo una sola condizione:scegliere la chiesa. Immancabilmente la mia preferenza cade sulla chiesa pisana di S.Stefano, forse l’unica chiesa sicuramente “no islam” d’Italia.
                     Non tutti sanno che, alla battaglia di Lepanto del 1571,nella Lega Santa (*) insieme alle altre flotte  erano presenti dodici galee toscane(**), di cui la maggior parte erano armate dal Sacro Militare Ordine Marittimo dei Cavalieri di S. Stefano (ordineistituito da Cosimo I de’ Medici il I° Ottobre 1561 con sede in questa chiesa a Pisa).
                     cav1Progettata dal Vasari la cinquecentesca navata centrale , la più antica, è semplicemente splendida, specialmente il soffitto, dove quadri di autori fiorentini del ‘600, sono incastonati in una cornice finemente lavorata e ricoperta d’oro, che occupa tutta la parte superiore della chiesa. I trofei, le bandiere e le insegne appartenuti alla flotta turca di Alì Pascià e conquistati nella battaglia, ornano le pareti laterali, mentre la porta di ingresso è contornata da parti lignee scolpite di navi dell’epoca. Una grande statua di S. Pio V,per il cui volere si costituì la Lega Santa, sovrasta l’altare maggiore.
                    Siamo sicuramente nella chiesa del cattolicesimo più classico, nessun “sinistro” strimpellio di chitarre, come in certe chiese del cattolicesimo fai da te, ma il suono grave e solenne dell’organo, le cui canne, anch’esse incastonate, come i quadri del soffitto, fanno bella mostra di sé ai lati dell’altare. Non seguivo molto le parole del priore, anche perché la liturgia pasquale mi è ben nota, ma l’atmosfera di questa chiesa mi induceva ad un salto indietro nel tempo: Lepanto 1571. Non possiamo che ringraziare il comandante della spedizione  don Giovanni d’ Austria, all’epoca giovane ed inesperto, ma abbastanza intelligente da seguire le indicazioni dell’ammiraglio veneziano Venier, che scelse il momento giusto per l’attacco ed  a lui va attribuito il merito della vittoria.
Una grande battaglia per la Civiltà, per la nostra Civiltà.
                    Non credo che oggi saremo altrettanto eroici da respingere le barbarie dell’islam, anche perché molti europei,con la vigliacca scusa della tolleranza, hanno issato bandiera bianca.

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cliccare sull’immagine per ingrandirla

(*)Il 20 maggio 1571 venne firmata la Lega Santa contro i Turchi. Vi aderirono il regno di Spagna, la repubblica di Venezia, lo Stato Pontificio, le repubbliche di Genova e di Lucca, i Cavalieri di Malta, i Farnese di Parma, i Gonzaga di Mantova, gli Estensi di Ferrara, i Della Rovere di Urbino, il duca di Savoia, il granduca di Toscana con l’ordine dei cavalieri di S. Stefano. La Lega era stata fermamente voluta da Pio V per contrastare l’avanzata islamica in Europa.
(**)Per la precisione 12  galee con insegne pontificie noleggiate presso Cosimo de’ Medici montate da Cavalieri di Santo Stefano e soldati delle Marche e delle Romagne

    

Pensieri a bocca d’Arno.

Posted 24 Ottobre 2007 by dimammi
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Marina di Pisa, una località un po’ particolare, molto in voga nell’ 800 e primi ‘900, è intrisa di ricordi poetici e storici .

Da Pisa ci si arriva percorrendo, lungo il fiume, il viale D’Annunzio, dopo pochi chilometri si giunge alla foce dell’Arno, citata da un non benevolo Dante, che da buon fiorentino era nemico dei pisani:

“….muovasi la Capraia e la Gorgona,

e faccian siepe ad Arno in su la foce

sì ch’elli annieghi in te ogne persona!…”

(inf.XXXIII)

Non è proprio la stessa foce di oggi perché, a quei tempi, era spostata più ad est, verso la città, ma il concetto è chiaro, anzi chiarissimo.

Qui nel 1860, Garibaldi fece scalo per imbarcare i volontari toscani che parteciparono alla Spedizione dei Mille ed in questo luogo è stato posto, a ricordo, un piccolo obelisco.

E così D’annunzio:

O Marina di Pisa, quando folgora
il solleone!
Le lodolette cantan su le pratora
di San Rossore
e le cicale cantano su i platani
d’Arno a tenzone.
Come l’Estate porta l’oro in bocca,
l’Arno porta il silenzio alla sua foce
. ….”

(Tenzone dall’Alcyone)

I primi versi del’ Alcyone sono riportati su uno scoglio accanto alla terrazza che si affaccia sul mare e che prende il nome dal Poeta.

Seduti al tavolino di un piccolo bar, ubicato lì nei pressi, si possono intravedere le torri delle secche della Meloria, dove fu combattuta la famosa battaglia tra genovesi e pisani nel 1284.

Mi aggrada andare in questo bar, specie d’inverno e nei giorni feriali, lungi dalla calca estiva o domenicale, urlante e becera, che vede, in questo luogo, solo un posto dove fare il bagno e prendere la tintarella gratis.

I tavolini tutti vuoti finalmente! Così, nel tardo pomeriggio, pressoché solo, davanti ad una bibita e con un libro aperto, guardo il mare ed il tramonto con le sue luci cangianti e con i suoi colori inimmaginabili.

Il disco solare, scendendo verso l’illusoria linea dell’orizzonte, perde la sua forza abbagliante e, finalmente, lo possiamo ammirare in tutta la sua maestosità: il dio Atum Ra sta per tramontare.

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Mi sento partecipe di questo quadro naturale, che solo pochi pittori riescono riprodurre, adeguatamente, su tela.

La mia parte irrazionale sta veleggiando verso siti di quiete interiore, quando la mia vocetta razionale, beffardamente, mi ricorda che, data la distanza terra sole e considerando la velocità della luce tu credi di vedere il sole, ma è già tramontato da otto minuti e trenta secondi circa. Mi automando a quel paese, ma ormai l’incantesimo è rotto.

Altri pensieri s’affacciano, io stavo guardando un’immagine, dietro l’immagine il nulla. Un insieme di fotoni immateriali, che viaggiando a una velocità pazzesca, s’infrangono sulla terra.

Stavo guardando il nulla ed il mio spirito gioiva nel guardarlo, ammiravo una falsa immagine!

Quante altre false immagini ci sono nella vita?

 

Un mobile, una storia.

Posted 24 Ottobre 2007 by dimammi
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        La scagliola è una tecnica antica,anzi un’arte, nata intorno al XVI secolo per imitare marmi rari e pregiati. Come materiali si utilizzano: gesso,colla, cera e coloranti. Miscelando il tutto e sapendolo fare, si ottengono effetti cromatici di indubbia bellezza, che fanno bella mostra di sé su piani per tavoli, tavolini,stemmi, consolles ed anche come rifiniture delle pareti.

 

 

Nel sito

http://web.tiscali.it/restauroantico/scagliola.htm

possiamo leggere:

 

Nel museo civico di Carpi è conservato il ritratto di Guido Fassi all’età di trentadue anni, sul quale vi si legge la scritta “Guido Fassi da Carpi inventore dei lavori in Scagliola colorita e macchinista 1616″. Anche se non si può attribuire con certezza la paternità al Fassi, questa è la prima testimonianza documentabile dove si specifica l’invenzione della tecnica.

Guido Fassi (1584-1649): di lui sappiamo che era un artista poliedrico, attivo nel campo dei progetti edili, dell’ingegneria, idraulica, meccanica, e tutte le attività che richiedevano una dimestichezza con il materiale edilizio (in particolare lo stucco).

 

 

       Il tavolo riprodotto nella foto è della fine ‘500, ed è di nostra proprietà fin da quell’epoca, pertanto non ho dubbi circa l’autenticità dell’oggetto, mentre non ho notizie certe sul nome dell’artigiano che lo ha eseguito, molto probabilmente fiorentino, a quel tempo, solo raramente i mobili venivano firmati,viceversa nel ‘700 troviamo mobili firmati,come quelli di Maggiolini un grande artista nella progettazione ,realizzazione e nell’intarsio. Dalla sua “bottega” sono usciti dei veri capolavori lignei.

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      Come si può notare il piano è in scagliola e presenta, purtroppo ,delle rotture. Ho pensato molto se farlo restaurare o no, perché queste rotture hanno una loro storia.

       Nel 1944 il piano del tavolo era ancora integro e la casa ,in cui si trovava, fu occupata dall’esercito tedesco che l’adibì ad ufficio di comando. Quando i tedeschi si ritirarono, lasciarono la casa come l’avevano trovata, non avevano procurato alcun danno. Evidentemente la posizione doveva essere strategica, perché anche gli alleati pensarono di installarci un comando militare. In breve, il giorno del loro arrivo,con un camion buttarono giù la colonna di sostegno del cancello di accesso al giardino e poco dopo pensarono bene di appoggiare delle cassette sul piano di questo tavolo.

       La scagliola, un po’ per la sua stessa composizione e un po’ per l’età, cedette in più punti e così è rimasta d’allora.

L’ultimo mutuo soccorso

Posted 24 Ottobre 2007 by dimammi
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Anna, Lina, Enrico e Marcello, quattro liceali all’esame di maturità.

        Dopo cinque anni di duro Liceo arrivò il giorno degli esami finali: la tanto temuta maturità.

        Non era un esame da poco, sei scritti e nove orali ed in più  dovevano  essere preparati  sul programma degli ultimi tre anni, in pratica su tutto quello che avevano studiato.

        In  quinta erano rimasti in dodici e tutti molto affiatati, ma  i quattro, che sedevano due al primo banco e due al secondo, avevano cementato una solida amicizia, tanto solida, che il professore di lettere affibbiò loro il nomignolo di società del “mutuo soccorso”. Infatti se uno di loro si trovava in difficoltà, su qualche argomento, prontamente scattava,da parte degli altri, un aiuto sotto forma di suggerimento.

        Finite le lezioni, prepararono gli esami insieme, ospitandosi a turno nelle rispettive case e così, per un mese, mentre gli altri erano al mare, si sacrificarono in maniera disumana.

         Lina era, sicuramente, la più dotata del gruppo, una formidabile latinista: la migliore di tutta la scuola. Per fortuna che  c’era lei, la versione di latino era un brano difficile, ma con pochi suggerimenti, ben dati, mise tutti in grado di fare una buona traduzione.

        Arrivò il giorno atteso e temuto: quello dell’esposizione dei quadri con i risultati; con comprensibile  timore e con il cuore che pulsava al massimo, si accinsero a leggere la sentenza.

        Un urlo, più di liberazione che di gioia: tutti e quattro promossi! Un ottimo risultato, erano i tempi in cui se zoppicavi in una materia, ti rimandavano a settembre e se eri deficitario in tre, ti facevano  ripetere l’anno senza tanti complimenti.

        La  sera stessa Enrico chiamò Marcello e tutto eccitato gli disse: sai papà, per premio, ci offre a tutti una serata alla Bussola, quando c’è Mina, macchina ed autista; telefona a Lina che io chiamo Anna.

       All’epoca, la Bussola delle Focette in Versilia, era il locale più “in” d’Italia, arrivarci con tanto di macchina con autista ed in abito da sera, era certamente un evento memorabile.

       Lina non aveva il telefono, così chiamò la zia, che abitava accanto e che faceva la sarta, pregandola  di farla venire all’apparecchio. Ciao Lina, e tutto d’un fiato disse: il papà di Enrico ci offre una serata alla Bussola, quando c’è Mina! Dopo un attimo di silenzio: sai non so se il mio babbo mi ci manda e soggiunse un po’ mestamente, poi non saprei cosa mettermi.

      Sarebbe voluto sprofondare e mentalmente si dette dello stupido, nell’ euforia del momento non aveva pensato, che la sua famiglia l’aveva fatta studiare con grandi sacrifici e che comprare un abito da sera con tutti gli accessori, era una spesa che non si sentiva di chiedere in casa.

      In un attimo gli passarono per la mente i cinque anni di liceo, gli esami fatti insieme, gli aiuti che generosamente gli aveva dato e si disse che questa volta il “mutuo soccorso” doveva funzionare anche fuori della scuola: costi quello che costi.

      Senti:  pensa a convincere il babbo per il resto non ti preoccupare, in qualche maniera faremo.

     Chiamò Anna, Enrico aveva già messo molto, per cui era una questione che dovevano sbrigare loro due, le spiegò la situazione ed anche lei convenne che Lina doveva venire in tutte le maniere con loro.

    Potrei darle un mio vestito, ma andrebbe rifatto tutto lei è molto minuta; visto che non ci arrivava da sola, Marcello, scandendo bene il suo cognome, disse: nei tuoi negozi avete migliaia di metri di stoffa, non fare la tirchia! Il messaggio era chiarissimo, tanto che rispose tra il risentito e lo scherzoso: non vorrai alludere al fatto che sono ebrea vero? No, solo che sei molto oculata nelle spese… Datti da fare e non lesinare sui centimetri, ricordati che deve essere un  abito lungo. In cinque anni non l’aveva mai sentita dire una parolaccia, evidentemente in tutte le cose c’è sempre una prima volta……

      Rimanevano da trovare una collana, la borsetta e le scarpe. Per la collana, non c’erano problemi la sorellina di Marcello aveva ereditato dalla nonna alcuni gioielli ed  essendo troppo giovane, aveva ampiamente sottovalutato il loro valore e li avrebbe prestati facilmente; aveva anche una borsetta in lamè d’argento, ma a quella  teneva moltissimo. Cara sorellina! Che cosa vuoi, fu la sua sospettosa risposta; ecco…mi dovresti fare un favore….dovresti prestare a Lina una collana e …e la tua borsetta da sera. Ah!  per andare alla Bussola? Bene bene bene, pensò: il caro fratello ha bisogno di me.

       Sai anch’io dovrei andare ad una festa, ma babbo, da sola, non mi ci manda….se….però mi  accompagnassi tu…cambierebbe idea. Non era proprio un ricatto, ma gli assomigliava molto….

      Alla fine giunsero ad un’equa transazione: una parure di perle, un braccialetto d’argento e la borsetta di lamé; in cambio l’avrebbe accompagnata alla festa, sarebbe tornato a riprenderla, pur rassicurando il loro padre che sarebbe rimasto tutto il tempo con lei.

      Ora rimanevano le scarpe. Aveva racimolato qualche soldo dagli zii per la promozione e decise di sacrificarli in questa operazione; presa la borsetta  andò nel negozio in cui erano soliti servirsi in famiglia, pensando che uno sconto glielo avrebbero fatto.

      Ciao Marcello, lo salutò il proprietario del negozio, li vuoi un bel paio di mocassini estivi?….sono appena arrivati. No  voglio un paio di sandali con il tacco alto e, tirando fuori la borsetta, di questo colore. Sandali? Borsetta? E ridendo: ma guarda che strano effetto ti hanno fatto gli esami di maturità…. Beh gli dovette spiegare per filo e per segno tutta la storia e fu un bene.

    Prese un paio di sandali: ecco questi dovrebbero andare bene, sono i più belli che abbia in negozio. Per essere belli erano belli, anzi bellissimi, ma, avevano un grosso difetto, costavano tre volte quello che poteva spendere, anche chiedendo uno sconto, erano sempre fuori portata. Un po’ imbarazzato gli disse: te li  pago una parte subito e una parte un po’ alla volta. Sul momento rimase in silenzio, fece un bel pacchetto e, mentre glielo consegnava, bofonchiò: io a queste condizioni non vendo. Prendi i sandali e vai. Ciao.

     Era stato molto generoso, il fatto che Marcello, Enrico ed Anna, con le rispettive famiglie, fossero suoi clienti avrà anche influito, ma sicuramente non era stato obbligato a farlo.

     Squillò il telefono e con voce gelida Anna annunciò: Marcello, ho la stoffa, passami a prendere che la portiamo alla zia di Lina. Il tono non ammetteva repliche, se l’era presa a male per quello che le aveva detto prima.

     Lina e sua zia abitavano nel quartiere livornese  chiamato Venezia, la parte più antica della città, un susseguirsi di ponti e canali con i caratteristici scali.

 La sua costruzione risale alla fine del ‘500 e sul  sito internet

http://italia-l.vps.it/livorno/storia_di_livorno/storia_di_livorno-6-14-38-i.html si può leggere, tra l’altro:

“…. Il cuore di Livorno è detto anche Venezia Nuova ed è ancora simile al progetto originale di Bernardo Buontalenti, affinché rispondesse alle esigenze di una “città ideale”. Elemento primario del progetto è l’acqua, che attraverso i suoi fossati circonda Livorno, che tanto ricordano la città di Venezia. Furono proprio maestranze veneziane, infatti a costruire questo quartiere. Da non perdere è lo spettacolo che si gode dal battello che fa il giro guidato dei fossi, l’ingegnosa rete di canali che attraversa l’antico e pittoresco quartiere del centro storico costruito, come la città di San Marco, sull’acqua. Tra le variopinte imbarcazioni ormeggiate lungo i canali, si giunge, camminando, sino al porto Mediceo, non prima però di aver scorto la mole imponente della Fortezza Vecchia. Canali, fortezze, piazze aperte al libeccio: Livorno deve tutto ai Medici…..”

     Una parola in più meritano gli scali, essendo una città dedita, da sempre, al commercio le rive dei fossi erano, quasi ovunque, dotate di attracchi per le imbarcazioni che trasportavano le merci da stivare nei magazzini, ricavati sotto le case. In seguito, la fine del regime di porto “franco” e lo svilupparsi della città verso sud, fecero declinare questo quartiere, oggi, per fortuna, è stato quasi del tutto ricuperato.

      Negli anni ’60 erano ancora ben visibili i pesanti segni lasciati dall’ultima guerra, molti i palazzi distrutti e quelli danneggiati rattoppati alla meglio. Proprio in uno di questi abitava la famiglia di Lina e, mentre attendevano che sua zia aprisse la porta, Marcello chiese ad Anna di che colore fosse la stoffa. Turchese. Turchese? Sarà uno scampolo che avevano in negozio, pensò.

       Lei intuì cosa gli passasse per la testa e soggiunse: ”Non dire ad alta voce quello che stai pensando perché, altrimenti, la nostra amicizia finisce qui”.

      Alla vista della stoffa la zia, che facendo la sarta di tessuti se ne intendeva, esclamo: è di seta! Il turchese è il colore di moda! Mostrandoci una rivista, disse lo faccio uguale a questo, verrà un bellissimo vestito!

     Marcello non ebbe bisogno di leggere nel pensiero di Anna, quello che gli voleva dire l’aveva ben stampato a chiare lettere sul volto: ”hai visto, cretino”  

     In effetti aveva fatto le cose in grande, un tessuto molto costoso ed aveva, persino, aggiunto una bottiglietta di smalto per unghie madreperlato. Le scuse furono doverose.

   Marcello si attendeva qualcosa  dai suoi ma, come al solito gli avrebbero fatto un “inutile” regalo “utile”, questa volta si sbagliò: ricevette una congrua cifra di denaro.

    La sera dell’uscita, in casa di Lina c’era un certo fermento, gli ultimi ritocchi al trucco ed ai capelli, la zia che le sistemava il vestito, un andirivieni di amiche e parenti; tutti avevano qualcosa da dire e da suggerire. Finalmente scese, a tutte le finestre del palazzo c’era gente a guardare e a commentare ma, i più bei commenti furono quelli della sua nonna: “ oh mamma ! come è bella la mi’ Lina! E quella  macchina è più lunga del “filobusse”! E poi quei du’ ragazzi vestiti come pinguini del parterre (lo zoo)…ma “un è mi’a  ‘arnevale…”. Zitta nonna, quello è l’abito da sera per gli uomini…. Ah, se lo dici tu … rispose non convinta, “Deh!sarà…ma a me mi sembrano pinguini”.

    Anche Enrico aveva fatto le cose in grande: tavolo per quattro in prima fila, proprio vicino al palco, dove si sarebbe esibita Mina.

    mina72b.jpgVenne il cameriere a prendere le ordinazioni e Marcello anticipando tutti, con una certa nonchalance ordinò: “ci porti una bottiglia di  champagne e che sia Dom Perignon”. Erano i tempi in cui James Bond furoreggiava in tutti i cinema ed era il mito dei ragazzi di allora.

     Si era appena allontanato il cameriere che i tre in coro gli dissero: “ma che sei impazzito!” Piatti e bicchieri per tutto il resto dell’estate te li lavi da solo!

    Ragazzi ricapitoliamo il tutto. Abbiamo fatto un’ entrèe hollywoodiana, siamo arrivati con una macchina uguale a quella del presidente della repubblica, con tanto di autista in livrea, voi ragazze siete in abito da sera e noi  in smoking, cioè come pinguini per dirla come tua nonna, i paparazzi fuori, non sapendo chi fossimo, nel dubbio ci hanno fatto anche le foto, siamo seduti in prima fila nel locale più famoso d’Italia per ascoltare Mina… e che volevate ordinare? una Coca Cola con quattro cannucce? Il ragionamento non faceva una grinza ma, dovette mostrare loro il portafoglio ben rifornito per tranquillizzarli, poi la voce squillante di Mina  riempi di allegria e spensieratezza il locale.

       Fu l’ultimo intervento del ”mutuo soccorso”, dopo pochi mesi la “società” si sciolse tristemente.
      
Un male incurabile aveva reciso la giovane vita di Lina e la loro sincera amicizia, offuscando, per sempre, con il dolore, i più bei ricordi di quegli anni giovanili.

Racconto inattuale

Posted 24 Ottobre 2007 by dimammi
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         Quello che oggi, per tutti, è inattualità, persiste nella memoria, come attualità, per la persona che quell’attualità ha vissuto.

         Un racconto inattuale, un po’ antico e sicuramente demodè, che vuol mettere in evidenza la diversità, tra il fare all’amore e fare sesso, fra accontentarsi e drogarsi, fra il gioire di poco e la noia mortale, tra l’immaginare e il dire.

         Mi sono dilungato sulle immagini di Livorno perchè, viene considerata, dai turisti, solo un porto dove imbarcarsi per le isole.

         Il toponimo è attestato per la prima volta nel 904 come “Livorna”, ma la città attuale fu fondata nel 1500 dai Granduchi di Toscana, Cosimo 1° e Ferdinando 1° dei Medici. Uno sguardo alla città e soprattutto al chilometrico lungomare, vale la pena di darlo.

 

Una parigina a Livorno 1960 

 

 

      Quando si hanno 18 anni è una fortuna avere una zia, anche se acquisita, francese e  di Parigi , ma la fortuna maggiore era, che aveva una nipote di 21 anni, Françoise. Erano gli anni del boom economico e della rinascita del dopo guerra, ma l’Italia rimaneva,  ancora, un po’ bigotta e provinciale. Un ragazzo ed una ragazza uscivano, da soli la sera, soltanto se erano fidanzatissimi, con tanto di anello e in procinto di sposarsi; un fidanzamento semiufficiale  comportava delle lunghe e noiose serate a “seggiola”ossia, in casa dell’amata, seduti, nel migliore dei casi su un divano, accanto ai suoi genitori che, guardinghi come dobermann, imponevano di vedere Mike Buongiorno in tv. Per tutti gli altri, solo attimi rubati, durante le numerose “vasche” pomeridiane, in su e giù per le vie del centro e, se andava bene, nella penombra di quelle laterali. Per i fortunati possessori di uno scooter, una corsa in “camporella” con la ragazza.

          Un po’ di libertà in più l’estate al mare, ma si sa, è una stagione sempre troppo corta….  

       

          Erano i tempi d’oro della mitica Saint Tropez, della Brigitte Bardot e associare una ragazza francese a lei era quasi scontato.   Un pomeriggio, Françoise arrivo con la sua citroën 2CV, beh, non era proprio la Bardot, ma aveva i capelli biondi e lunghi ed era straniera, tanto bastava per suscitare l’invidia degli amici e per pavoneggiarsi in giro. Non gli riuscì di convincere suo padre a prestargli la macchina, una fiammante Lancia Flaminia coupè, forse, il genitore, non aveva tutti i torti, l’aveva visto “gasato a mille” e si era giustamente preoccupato. Allora, il figlio, gli fece notare che la “sua” zia era anche la “di lui” cognata e che si stava sacrificando per portarne in giro la nipote. Ah!  così ti staresti sacrificando? Raccontala meglio e ridendo gli allungò  delle banconote come viatico.

 

 

 

Dalla Flaminia alla 2CV c’era una bella differenza,ma,pensò, potenza del denaro, dalla vita non si può avere tutto.

     Così il giorno dopo cominciarono il giro della la città e dei dintorni, era primavera inoltrata e a bordo della 2CV, con la capotte aperta, era un piacere viaggiare.

 

 

 

 

 

 

 

        Quando si ha un ospite lo si porta a visitare i luoghi più suggestivi della città. Passarono davanti alla Fortezza Vecchia del porto mediceo.

 

 

 

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Si soffermarono davanti al simbolo di Livorno, il monumento ai Quattromori, percorsero il fosso reale ed il lungomare. Dalla terrazza Mascagni in lontananza si potevano vedere le secche della Meloria, le stesse da cui prese il nome la famosa battaglia del 6 agosto 1284 e tra le repubbliche marinare di Pisa e Genova. Dopo l’ Accademia Navale, il lungomare prosegue con  Ardenza ed Antignano.

 

 

 

terrazza1meloria 

 

 

 

       

       Uscendo dalla città verso sud e risalendo lungo il Romito, si può vedere una scogliera di pietra color rosa arancio di rara bellezza, dalla quale si accede ad un mare dalla trasparenza cristallina, di colore cangiante, secondo la profondità e secondo l’ora del giorno, dal blu dei punti più profondi al verde di quelli più bassi.

      Vi si incontrano, quello che un tempo furono fortificazioni costiere come,  il castel Boccale, la Torre di Calafuria e  il Castel Sonnino, è  il tratto d’ Aurelia dove hanno girato il film “Il sorpasso” con Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant.

      Il castel Boccale è così vicino al mare, che nei giorni di libeccio le onde lo lambiscono e gli spruzzi arrivano alle finestre.

 

 

      Sotto il castel Sonnino, in una fenditura nella costa, come se un gigantesco unghiolo l’avesse scalfita nella roccia, si dispiega la cala del Leone.

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        Ottimo posto per fare il bagno, quando il mare è calmo e si sa nuotare bene…..

        La giornata era calda ed invitante,  Françoise ,con quel francese tipico dei parigini, veloce ed infarcito di parole in argot, che, spesso, metteva a dura prova il suo accompagnatore disse: allons-nous nous plonger dans les vagues. Per fortuna le vagues, cioè le onde  non c’erano, solo un po’ di risacca, ma non c’erano neanche i costumi da bagno. Le maillot de bain ? il n’est pas nécessaire.

        Dover spiegare che l’Italia, di quei tempi, non era Saint Tropez  e che il costume era più che necessario, non fu facile e soprattutto imbarazzante. Fare il bagno nudi su una spiaggia aperta a tutti, come era quella, si rischiava, come minimo, una denuncia per atti osceni in luogo pubblico.

       Si guardarono intorno, non c’era nessuno, e decisero di farlo in mutande, per quanto fossero succinte, era sempre meglio di niente, al massimo una reprimenda o una multa. Lui si tuffo tranquillamente e così anche Françoise, ma  non si era accorta che, in quel punto, l’acqua era profonda e non si toccava. Già, non sapeva nuotare.

        La ragazza ,per la paura, cominciò a bere ed ad annaspare, lui tornando rapidamente indietro si avvicinò per aiutarla. In  preda al panico, gli strinse le mani  intorno al collo e lo sospinse sottacqua, non lasciandolo respirare. Si ricordò del trucco insegnatoli da sua madre, provetta nuotatrice, ed invece di cercare di riemergere si lasciò andare ancora più giù. Françoise sentendosi trascinare verso il basso lasciò la presa. Questa volta, prendendola alle spalle e passandogli il braccio intorno al collo, la trascinò a riva.

      Era così spaurita e dispiaciuta, che lui, carezzandole i capelli e  sollevandole  il mento, la guardò negli occhi e non le disse altro che un dolce: comment ça va?

       Si sdraiarono sulla sabbia, la radiolina, sintonizzata su una stazione per giovani, diffondeva la musica più in voga, mano nella mano si asciugarano al sole. Al ritorno presero la strada che passa alta sul mare attraverso le colline, dove c’erano posticini più isolati e tranquilli.  

 

3terrazzamasca.jpg 

 

           All’imbrunire tornando in città, si fermarono  ad ammirare uno spettacolare tramonto, fatto non inconsueto alla terrazza Mascagni. Sono quei tramonti che, immancabilmente, riportano alla mente i versi : ” …..l’ora che volge al desìo e ai naviganti intenerisce il core”. Ma non solo ai naviganti.  

     Appoggiati alla spalletta e mirando il mare, lei, abbracciandolo teneramente,  gli dette un bacio, sussurrandogli: merci, mon amour.

Merci beaucoup.